Il tuo 4 mi fa un baffo!

[ IO NON SONO IL VOTO CHE MI DAI ]

Fine dell'anno scolastico e, inevitabilmente, scatta la corsa all'ultimo voto: gli studenti superiori per alzare la media e scampare alle turbolenze di un'estate di ripetizioni e, i più piccoli, per finire in bellezza, magari perché mamma e papà hanno promesso la bici nuova "se sei promosso bene.".

Ma la questione del voto, se ha un'impennata in questi scorci di fine scuola, certo non fa sentire la sua mancanza durante il restante corso dell'anno. Basta soffermarsi qualche minuto fuori dai cancelli di una qualsiasi scuola elementare per sentire il brusio di mamme, papà, nonni che si confrontano sulle ultime prestazioni dei loro pargoli.

A questi genitori voglio dire con forza, come faccio nelle mie formazioni, di interrompere questo autentico processo mortificante e fortemente improduttivo, anche per la stessa performance scolastica.

Se l'arretratezza pedagogica del Ministero dell'Istruzione ha compiuto la follia di reintrodurre il voto numerico (fu il Ministro Mariastella Gelmini -la stessa che sosteneva che ci fosse un tunnel che da Ginevra attraversava l'Italia per giungere al Gran Sasso in cui scorrazzavano i neutrini), non significa che torme di genitori si debbano rincretinire aggiungendo danno al danno.

Come genitori dovremmo, invece, sminuire l'importanza del voto, soprattutto nella scuola dell'obbligo (ma non solo) per concentrarci, invece, su ciò che la scuola sembra aver dimenticato: trasmettere la bellezza della curiosità e non la competitività della performance; insegnare il senso costruttivo del processo e non la volubilità (spesso paradossalmente soggettiva) del risultato.

Il voto non dice chi sei, il voto, come scriveva qualcuno, non è il volto. Ma i bambini non lo sanno e, in fondo, è così facile, naturale persino, pensare che se impieghi 20 secondi per compiere 100 metri, tu sei una persona che può essere rappresentata nell'immagine di quel 20 che qualifica e confina; ed è ancora più facile pensarlo se c'è qualcuno che quei 100 metri li corre, invece, in 10 secondi... e magari questo è il tuo compagno di banco. Fa niente se lui è già alto 1 metro e 60 e fa atletica da quando aveva 5 anni, fa niente se tu (almeno per ora) sei un po' più grassottello. Quel numero impietoso cancella tutte le storie, le individualità, i percorsi, le peculiarità, le differenze...

Molto prima dell'ex Ministro Gelmini, è William Farish (scienziato inglese) che nel 1792 introduce alla Cambridge University l’idea del voto numerico da attribuire al sapere degli studenti. Prosegue, così, sul finire del XVI secolo, quel processo (iniziato addirittura con Platone) che trova nell'apparente oggettività del numero quel senso di riposante sicurezza, di condivisibile esattezza che è alla base dell'idea di scienza e che, per sua natura, si contrappone all'arbitrarietà del giudizio soggettivo.

Un processo che, insieme agli evidenti vantaggi, porta con sé anche una lenta necrosi: l’idea che lo scibile possa essere tradotto in una sequenza numerica.

Non è nostra intenzione esercitarci in una demonizzazione del numero, ma cercare di riflettere su come questa fede cieca e assoluta (per altro sostenuta dai numerosi miracoli, delle tecnologie e delle scienze, che ogni giorno prolificano sotto i nostri occhi) abbia generato una vera e propria "teologia del numero" che, se non confinata in un preciso spazio d'uso, diventata dannosa e autodistruttiva, perché non promuove, di pari passo, un’idea più vasta di sapere: quella visione della realtà che passa proprio dal rifiuto dell'oggettività, per dar luogo a tutte quelle forme di conoscenza che stanno al di là del metodo scientifico e che sembriamo aver accantonato, perdendo progressivamente la nostra intima capacità di conoscere e conoscerci, ad esempio attraverso il vocabolario delle emozioni -non a caso il ricorso a vari esegeti delle emozioni (psicologi e affini) non è mai stato così vasto come in questo scorcio di fragile contemporaneità.

In questo senso, il giudizio sulla performance di un bambino o di un ragazzo espresso attraverso il numero, non è che una tra le tante esemplificazioni educanti al concetto numerico della realtà in cui si esprime la discesa progressiva verso la barbarie di una cultura tendente a trasformare in numeri l’intero universo dell’esperienza spirituale umana. Amore, sentimenti, odio, paura, intelligenza, verità, menzogna, capacità, ogni cosa oggi sembrerebbe poter essere misurata, fino a trasformare l’Uomo in una sequenza di numeri che possono essere inseriti in un computer, in un protocollo, in un giudizio.

Si pensi, in questo senso, all'orrida tassonomia di tutte le diagnosi, specie quelle legate al mondo della psiche, che soprattutto a scuola miete le sue vittime.

Una vera e propria matematica dell'essere che una scuola seria dovrebbe, al di là delle leggi cui è costretta, combattere con forme di contro educazione -ad esempio introducendo quel fondamentale processo di crescita che è l'autovalutazione, accompagnamento attivo all'analisi e alla conoscenza di sé, che vale più di qualsivoglia sapere algebrico, geografico o letterario e, anzi, ne è propedeutico.

Ma, laddove la scuola non arriva, possono invece arrivare le famiglie (paradossale viso che la scuola nasceva per garantire ad ogni bambino di arrivare laddove non arrivavano le famiglie -ma ne parleremo meglio nel prossimo articolo), interrompendo immediatamente la lotta e lo sprono al voto che qualifica, per iniziare invece la lotta e lo sprono al sapere che amplifica -è impressionante e mortificante, in questo senso, vedere quanti genitori lottano perché il figlio prenda uno o più 10 in pagella, ma non muovono un sopracciglio se questi non ha mai letto un libro al di là di quelli imposti dalla scuola.

Interrompete ogni coincidenza tra voto e persona. Squalificate il voto, perché ogni volta che un qualcuno commette questo peccato morale, rischia di distruggere il piacere di scoprire e di imparare. Promuovete, invece, (per dare un suggerimento tra i tanti) l'autovalutazione. A prescindere dalla scuola e dal voto che imprime, insegnate ai vostri bambini a comprendersi, a capire le ragioni dei propri successi e dei propri inciampi. Raccontategli che un voto non insegna davvero nulla.