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ACCOMPAGNARE

Adulti e minori al superamento dei disagi e dei comportamenti problema legati a crisi momentanee o patologie conclamate, attraverso tecniche e mirati progetti di sviluppo delle abilità linguistiche, creative, affettive, cognitive e degli apprendimenti scolatici, per la crescita e il miglioramento della qualità della vita e delle relazioni.

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Omnis dolor repellendus

COORDINARE

La rete degli interventi dei soggetti in terapia, compreso il rapporto con la scuola, gli insegnanti e gli eventuali educatori extrascolastici, affinché si evitino inutili sovrapposizioni, azioni inefficaci e si faccia tesoro delle esperienze e del sapere di tutti i partecipanti alla cura del soggetto.

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Olimpedit quo minus

ABILITARE

Ri-abilitare al linguaggio e agli apprendimenti scolastici, in un setting ludico educativo, con soggetti con gravi patologie (sordità, s. di down, autismo, cerebrolesioni, etc.), disturbi dell’apprendimento, o lievi disturbi di pronuncia, formando anche la famiglia al processo di riabilitazione.

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Itaque earum rerum

ACCOGLIERE

Adulti e adolescenti che avvertono l’esigenza di ritagliarsi un tempo e uno spazio di osservazione e di ascolto capace di individuare e stimolare il loro bisogno di trasformazione che spesso, se non adeguatamente coltivato, trova solo il malessere quale veicolo per manifestarsi.

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Epudiandae sint molestiae

SUPPORTARE

Famiglie e piccole comunità nelle fasi di crisi e di transizione, nei momenti di ordinaria quotidianità, come nelle situazioni di disabilità permanente, promuovendo le risorse individuali e collettive capaci di produrre benefici e positivi cambiamenti.

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Sahut aut reiciendis

AIUTARE

Coppie in crisi ad affrontare i momenti di difficoltà coniugale, accompagnando le parti a riattivare una sana comunicazione per approdare ad una risoluzione serena dei conflitti verso una ricucitura del rapporto o una pacifica separazione.

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Quando tuo figlio impiega troppo per studiare

In tanti anni di lavoro con studenti di varia età e capacità, ho imparato a frazionare questa macro categoria in molte interessanti sottocategorie che mi aiutano a capire come funziona il mondo degli studenti e quali strategie adottare per meglio aiutarli.

Una di queste è quella relativa ai tempi di studio.

Abbiamo, in questo senso, due sottocategorie più o meno simili per densità, ma opposte per atteggiamento: quella di coloro che dedicano pochissimo tempo allo studio, (a volte perché se ne fregano, altre perché non ne hanno bisogno) e quella di coloro che impiegano una quantità di ore esorbitanti.

In entrambi i casi non significa, per inciso, raggiungere buoni o cattivi risultati. Vi sono, infatti, quelli che se ne fregano ma, alla fine, se la cavano sempre, seppur con risultati inferiori rispetto alle possibilità; e pure quelli che, pur passando ore e ore sui libri, ottengono risultati comunque scarsi o insufficienti. 

impara un metodo di studio efficace
Vi è poi la terza categoria, decisamente minore, di coloro che bene equilibrano tempi di studio, sport, amici e divertimento, perché hanno adottato un efficace metodo di studio supportato da un’adeguata organizzazione della giornata -che è poi l’obiettivo che aiutiamo a raggiungere nei nostri corsi.

Inutile dire che il mio lavoro si sostanzia più frequentemente con le prime due sottocategorie e, molto più raramente, con la terza.

La prima cosa che mi fa riflettere in questo senso, è il parossistico aumento, negli ultimi anni, della categoria di coloro che, a prescindere dai risultati, passano sui libri molto più tempo di quanto necessiterebbe; tanto che la scuola finisce per assumere un peso specifico tale da occupare la quasi totalità della loro esistenza, con conseguente precipizio del benessere e, quindi, possibile compromissione del loro futuro scolastico.

Come dico sempre a coloro che frequentano i miei corsi, genitori e insegnanti compresi: studiare è assolutamente importante, fondamentale, ma non di più o di meno di incontrare un amico, fare sport, giocare, etc. Se tutte queste attività non riescono ad avere una loro sana armonia, rischiamo di far pagare ai nostri ragazzi un prezzo importante, anche in termini di successo, che non si misura solamente nell'arrivare ad occupare chissà quale scranno della piramide sociale, ma nell'equilibrato benessere che la nostra vita esprime.

Incontro ogni giorno in terapia manager e dirigenti che, pieni di ansie e stress, comprerebbero volentieri quel “tempo libero” che nemmeno i soldi possono comprare -si legga, ad esempio: “Open”, la struggente autobiografia di Andre Agassi, per comprendere il costo che spesso ha il successo privo di armonia esistenziale.

Come, dunque, fare coesistere in armonico equilibrio mondo della scuola e mondo della vita?

Ovviamente ogni caso fa caso a sé e, proprio nei nostri corsi, cerchiamo di individuare la misura necessaria per ogni singolo caso, che dipende da diverse variabili: capacità del soggetto, richieste della scuola, contesto di vita generale, supporti disponibili, etc. Ciò detto, esistono alcune regole di base che, se rispettate, danno già il loro positivo contributo.

Il primo livello di attenzione, l’abbiamo già sottolineato, riguarda possedere un buon metodo di studio, ovvero aver accumulato (consapevolmente o meno) un certo bagaglio di strategie e tecniche, tale da rendere efficace il rapporto tra sforzo e risultato.

Sapere se il tuo metodo di studio può dirsi efficace è fin banale: se senti di fare troppa fatica, se studi molto senza ottenere adeguati risultati, se litighi spesso per la scuola, se ti senti in colpa o non all'altezza… allora, con grande probabilità, qualcosa nel tuo metodo non funziona. Per coloro che possiedono un buon metodo di studio, infatti, la scuola, l’università, funzionano come un orologio: ci possono essere alti e bassi, il meccanismo, come quelli a molla, si può a volte fermare, ma poi basta dargli una ricarica e tutto si rimette in moto come prima.
L’altro elemento cardine è l’organizzazione.
La capacità di organizzare i propri impegni, misurandoli con sapienza e accortezza, affinché ognuno abbia il giusto spazio, è una dote importante che se non si è appresa nel tempo (come accenno nell'articolo: “Questi compiti s’hanno da fare?”), può essere frutto dell’applicazione di adeguate strategie. Quel che certo, è che non può mancare.

Oltre queste macro attenzioni, dalla struttura troppo complessa per poterle qui adeguatamente delucidare, ve ne sono altre più semplici e di immediata applicazione.

La prima di queste è il tempo che dedichiamo ad ogni sessione di studio. Ne abbiamo già parlato diffusamente nell'articolo “Il fabbricante di pause”. Ci limitiamo dunque a ricordare che il nostro cervello, per quanto ci si sforzi, non riesce a stare davvero concentrato per più di 30/40 minuti, per questo è fondamentale programmare, timer alla mano, cicli di lavoro di questa durata con una pausa di 10 minuti tra un ciclo e l’altro.

Vi è poi il tempo generale che, se ben strutturato, non dovrebbe superare le due, massimo tre ore giornaliere per gli studenti delle scuole medie superiori (specie i licei), cinque ore per gli universitari (distribuite, laddove non c’è lezione, tra mattina e pomeriggio), un’ora, massimo due, per gli studenti delle medie inferiori e massimo un’ora per la scuola primaria.

Ovviamente si tratta di parametri che vanno misurarti caso per caso, ma credo sia importante avere a mente degli standard di adeguatezza per capire se e quanto li stiamo sforando e riflettere se è il caso di porvi rimedio.


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Il caso del bambino indemoniato

“Nostro figlio è indemoniato,” così esordì una simpatica coppia, entrando nel mio studio un giorno di primavera. 

Il posseduto è Enea, un piccolo esserino di quasi quattro anni che, da diversi mesi, impreca amabilmente, sconfinando un paio di volte in accenni di blasfemia. 

I genitori, due quarantenni credenti e praticanti, nonostante una certa dose di ironia (che gli aiuterà non poco), erano ovviamente più che preoccupati e, dopo diversi falliti tentativi di dissuasione, avevano pensato di farsi aiutare, in parte perché il fenomeno era in aumento e in parte per capire se nascondesse altro. 

Come mia abitudine, in tutti i casi che coinvolgono soggetti che non presentano problematicità organiche conclamate (soprattutto se bambini), cerco in prima istanza di capire se è possibile operare coinvolgendo l’universo affettivo e relazionale a loro contiguo: la famiglia e i genitori in primo luogo, attraverso una terapia indiretta, affinché siano loro ad agire (almeno inizialmente) sul sintomo. 

Infatti, in questo, come in moltissimi altri contesti, è bene non problematizzare il soggetto che manifesta il disagio, facendone cioè il centro di un caso che chiama a chissà quali problemi psicologici. Potremmo dire, per usare un sorridente paradosso particolarmente calzante con la storia di Enea che: “non si deve demonizzare il soggetto che presenta manifestazioni demoniache”. Il rischio, infatti, è quello dell’etichetta, che è spesso più pericolosa di qualsiasi disfunzione, anzi: rischia di creare la disfunzione laddove non c’è e, laddove c’è, di radicalizzarla. Certo, non esiste una sola ricetta per cucinare il pollo; vedremo, infatti, in altri casi, come, invece, “la cura del pollo” stia proprio nel demonizzarlo -insomma, ogni storia fa storia a sé ed è bene studiarla con attenzione per capire come intervenire. 

Nel caso di specie, i bambini dell’età di Enea che giungono dal mondo pre-letterale della primissima infanzia, sono particolarmente ghiotti di parole e, soprattutto, di parole accompagnate da un incisivo paraverbale (ossia il suono, l’intonazione, il ritmo, il colore che diamo al nostro eloquio). Essi, proprio perché non conoscono il linguaggio, capiscono meglio di noi la sua potenza e quando dicono “acqua” e l’acqua viene a loro, avvertono tutta la magia della parola che noi purtroppo abbiamo dimenticato.

Inoltre, a differenza di quel che spesso si crede, non è il verbale (quel che si enuncia) a dare realmente corpo all'atto comunicativo, ma proprio il paraverbale (insieme al non-verbale: gesti, contesto, etc.). Così, potreste passare sette giorni su sette a gironzolare per casa sussurrando la parola “gnoseologico” che nessun bambino (o quasi) la ripeterà, ma siate pur certi che il primo “porca troia” che vi scappa, perché vi siete pestati un dito col martello, entrerà di filato nel vocabolario del vostro pargolo.

Se il verbale presenta il contenuto di un messaggio e il non-verbale gli dà un senso, è il paraverbale che lo caratterizza, dando emozione e spessore a quel contenuto e a quel senso. Per questo, soprattutto i bambini che più di altri vivono a contatto con le emozioni, ne avvertono gli influssi.

L’altro elemento da non demonizzare, è l’oggetto stesso di questa riflessione, le cosiddette “parolacce”. 

Capiamoci bene. Non demonizzarle non significa che vadano incentivate o che, con nonchalance, i genitori debbano intercalare con volgarità di vario genere le loro comunicazioni. Semplicemente, vanno considerate per quello che sono: potenti forme del linguaggio, particolarmente efficaci per esprimere emozioni primarie come: la rabbia, il disgusto, il dolore. Forme che, per altro, il bambino prima o poi incontrerà nel suo processo di crescita e, allora, sarà bene che ne conosca davvero la potenza, per decidere se utilizzarla con proprietà laddove occorre o decidere di farne a meno ma, in un modo o nell'altro, neutralizzandone gli effetti negativi (come l’insulto, la volgarità fine a se stessa), non lasciandosi, cioè, impropriamente affascinare dalla sua potenza incrementata dall'attrazione del proibito. In altri ambiti questo approccio si chiama: “riduzione del danno”, ovvero la conoscenza e la frequentazione consapevole come strumento preventivo. 

La parolaccia può essere una speciale detonazione che aiuta a fare implodere i nostri eccessi emotivi (negativi o positivi che siano), comunicandoli (e, quindi, condividendoli) con forza al mondo. Tali implosive esplosioni, attraverso il vigore espressivo e la condivisione, hanno la capacità di far defluire le forti energie che le emozioni a volte generano, contenendole in un range psicologicamente sostenibile,. 

Il problema delle parolacce è semmai il contesto in cui possono o meno essere usate, ed è questo che va insegnato ai bambini, quando tale fenomeno di interazione col mondo fa la sua comparsa nel loro repertorio espressivo. 

La famosa sequenza cinematografica di un indimenticabile Ugo Fantozzi che, picchettando una tenda in piena notte in un campeggio occupato da energumeni tedeschi, si pesta il dito e corre all'impazzata ad imprecare -lontano- il suo dolore, bene restituisce quanto appena detto: a volte il turpiloquio serve, bisogna però trovare il luogo adatto per esercitarlo. 

Fatte queste premesse, che sono condivise in diverso modo con gli stessi genitori, torniamo al nostro Enea e al suo particolare repertorio linguistico. 

Dal punto di vista terapeutico ha poca importanza capire la fonte da cui Enea trae ispirazione, come i genitori in un primo momento tentarono di fare. Il più delle volte, infatti, avremo genitori che dicono di non usare assolutamente questo linguaggio e contorni educativi e affettivi che giureranno lo stesso, ma anche laddove si trovasse “la fonte” a poco servirebbe al fine di “esorcizzare” il piccolo Enea -per inciso, anni fa mi capitò di intervenire in una scuola privata ad impronta cattolica dove il virus della blasfemia si era diffuso come forma di bullismo e alcuni ragazzi obbligavano altri ad imprecare; durante le diverse manovre per affrontare il caso, scoprii che la scuola ospitava un vecchio pappagallo che aveva imparato a bestemmiare (la fonte?). Insomma, queste parolacce da qualche parte saranno pur arrivate all'orecchio del bimbo (ipotizziamo sia stato un pappagallo), il problema è come interrompere questo flusso o, quantomeno, contenerlo. 

Eliminata la ricerca della fonte, ci concentrammo dunque sul fenomeno in quanto tale e, partendo dai presupposti teorici su esposti, immaginammo che l’innesco potesse essere rintracciato nella reazione dei genitori, secondo questo schema: Enea sente alcune parolacce, ne percepisce la potenza attraverso la tensione paraverbale, le cattura e, del tutto appropriatamente, ne sperimenta l’uso in famiglia (tutti gli animali portano, in segno di riconoscenza, le loro prede a chi li ama -avremo modo di approfondire in questo blog come questo aspetto incide tra gli umani), scoprendo che l’effetto è altrettanto dirompente -e, quindi, sentendosi egli stesso potente. 

I genitori, infatti, di fronte alle parolacce del bimbo si agitano, si preoccupano, gli prestano più attenzione, cercano di spiegargli, lo sgridano ma, paradossalmente, più loro cercano di dissuaderlo, più lui aumenta i suoi strani esercizi logopedici. 

Ci sono casi in cui buttare acqua sul fuoco non fa che alimentare la fiamma, si può allora pensare di spegnere il fuoco aumentando esageratamente la legna. E’ questa la metafora con cui introduco ai genitori di Enea quello che vorrei che facessero. 

La somministrazione del compito, degli homework che i genitori dovranno eseguire a casa, è un momento delicato dell’intervento poiché, dalla sua buona consegna, dipende ovviamente molto della sua buona riuscita. Va accompagnato, dunque, con attenzione, anche perché spesso, come in questo caso, si basa su un presupposto illogico che, proprio perché irrazionale, esprime tutta la sua efficacia coincidendo con l’atteggiamento irrazionale che, di fatto, esprime il bambino. 

“Vorrei, allora, che quando Enea inizia a fare il suo show, voi lo prendiate davvero come tale e, invece di cercare di fermarlo, di sgridarlo o quant'altro, lo incentiviate a proseguire, anzi: a fare di più, battendo le mani e incoraggiandolo a dire parolacce peggiori.”. 

I due, come spesso accade mi guardano allibiti. Pensano, ma non dicono: “Ma come, siamo venuti per farlo smettere e questo ci dice di incoraggiarlo?”. Però, a questo punto della seduta, hanno capito il meccanismo e, per quanto sorprendete, gli è chiaro dove l’esercizio vuole andare a parare. 

E’ in questi casi che si rivela particolarmente importante la modalità di conduzione della seduta, proprio perché accompagna, passo passo, i soggetti coinvolti nella costruzione del compito, a volte strano, che alla fine dovranno eseguire e che sarà tanto più efficace quanto più lo svolgeranno alla lettera e credendoci. 

Rivedo i genitori di Enea quindici giorni dopo questa prima seduta e, come il più delle volte accade, il compito è stato cosi efficace che non ci possono credere. 

Raccontano di aver fatto quanto stabilito insieme e che la reazione di Enea è stata divertentissima perché non sapeva più cosa fare. Utilizzando il sistema di incentivare la richiesta dicono che il fenomeno si è infinitamente ridotto. Enea ogni tanto ci prova ancora, ma subito la richiesta di esagerare lo scoraggia e si ferma. 

Mi congratulo con loro e gli chiedo, tuttavia, di non fermarsi, perché è importante, a questo punto, andare fino all'estinzione del fenomeno. 

E’, infatti, rilevante, per capire se il sintomo nasconde altro, portalo alla sua conclusione e, nel frattempo, accompagnare i genitori a gestirlo pedagogicamente, affinché non si ripresenti. 

Così, nei due incontri successivi, mentre Enea veniva progressivamente abbandonato dal demonio che lo possedeva, accompagno i genitori a riflettere sugli aspetti profondi dell’accaduto e a generare i necessari anticorpi educativi che gli permetteranno di trasformarlo in apprendimento per gestire in autonomia il processo di rafforzamento e eventuali situazioni simili che si dovessero presentare in futuro. 

L’ultima immagine che mi regalano, prima di salutarci, è quella della resa definitiva di Enea che, di fronte all'ennesima richiesta dei genitori di esagerare esclama: “Ma io sono piccolo, non conosco parolacce più brutte!”.

Massimo Silvano Galli


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Pirla chi (non) legge!

“Qual è la cosa che ti piace di più. La cosa che, potendo, non smetteresti mai di fare?”.

Sottopongo spesso le persone che si affidano alle mie cure a questo piccolo test la prima volta che le incontro. Una domanda che, ovviamente, non ha alcun intento diagnostico (e non lo vuole avere), ma le cui risposte, come potete intuire, possono essere foriere di tante interessanti riflessioni.

Ci sono, ad esempio, coloro che non sanno che dire perché nulla li entusiasma, o quelli che non sanno che dire perché, al contrario, troppe cose li appassionano e faticano a scegliere. Ci sono poi le risposte che sottolineano le tendenze di un’epoca. Quelle che, invece, caratterizzano l'età dell’interrogato e quelle che ne divergono proiettandolo in un altrove anagrafico. Oppure ci sono le risposte bizzarre, che meritano una loro considerazione a se stante per la loro irrilevanza statistica… Insomma, ogni restituzione abbozza un mondo (quello del curato) e stimola il flusso di un disegno a me fondamentale per poterli al meglio aiutare.

Nel corso degli anni ho potuto così stilare una piccola classifica misurando le corrispondenze tra queste tendenze e la capacità del soggetto di rendere efficaci gli stimoli terapeutici, abbassando le resistenze e favorendo il cambiamento.

Stravince, tra tutte le possibili risposte, quella di coloro che hanno un rapporto di autentico godimento e profonda interazione con l’arte, disposizione che però riguarda un numero davvero esiguo di persone; mentre risulta statisticamente più rilevante e non meno efficace chi matura questo rapporto con una particolare porzione del grande contenitore “Arte”, ovvero quella della narrativa.

Uscire dalla relazione prettamente estetica, storico-critica o contemplativa con l’arte, per acquisirne i profondi benefici esistenziali cui rimanda, è -infatti- passaggio assai complesso, cui difficilmente si giunge senza il supporto di un percorso specifico. La narrativa, invece, per sua naturale caratteristica, trascina più facilmente il lettore in quegli stessi anfratti in cui l’arte dispone i suoi intrugli medicamentosi.

Non che i non-lettori siano destinati a fallire nella relazione terapeutica, per carità (i nostri interventi hanno una media di successo attorno all’87% lettori o non lettori che siano) ma, senz'altro, questa mia piccola personale indagine, racconta che i lettori hanno diverse chances in più per uscire vittoriosi dal loro malessere o, comunque, per uscirne più in fretta.

Per chi ha potuto riflettere sui significati profondi della narrativa non sarà certo una sorpresa. Già Umberto Eco marcava la profonda differenza tra “un lettore” è “Il Lettore”: il primo consuma le pagina per passatempo, il secondo si porta per sempre incise nella schiena le pugnalate inflettigli dal Bruto shakespeariano -figurarsi il non lettore.
impara un metodo di studio efficace
Questi segni che la narrazione sa lasciare nel Lettore con la “L” maiuscola (colui che partecipa attivamente ai drammi e alle gioie della trama, tanto da con-fondersi in essa), costituiscono una vera e propria mitobiografia: un surplus di esistenza e di esistenze pseudovirtuali che si aggiungono alla vita, per così dire, «reale» e ne espandono le esperienze emotive, visive, mnemoniche, oltre i limitati spazi del corpo fisico.

Leggere, in questo senso, non è dunque solo un piacere dei sensi, un piacere estetico, ma la possibilità profonda di evadere la nostra esistenza oltre i confini dello spazio e del tempo, del possibile e del reale. Grazie alla lettura posso naufragare su un’isola deserta e imparare, come Robinson Crusoe, a gestire le fatiche della sopravvivenza; posso attraversare le galassie a bordo dell’Arkadia di Isac Asimov, perdere la vita in un carcere del Kansas insieme al Perry Edward Smith di Truman Capote, o con l’Achille di Omero nella guerra di Troia.

Questo surplus di vita, che la “vita reale” non sarà mai in grado di restituire, costituisce (come immagino sia facilmente comprensibile) un patrimonio inestimabile di opportunità strategiche, di capacità risolutive, di alternative efficaci, tanto più valide in quelle situazioni in cui, per diversi motivi, incontriamo un ostacolo, inciampiamo, finiamo in una delle tante possibili buche che la vita ci riserva e, allora, da lì, dobbiamo ingegnarci per costruire un qualche tipo di scala che ci permetta di tornare in superficie o, come nel caso della terapia, dobbiamo sfruttare adeguatamente le scale che il terapista costruisce per noi, affinché si possa tornare a riprendere il cammino del benessere.

Come molti studi hanno testimoniato, leggere non è semplicemente un’attività che stimola la nostra immaginazione o le nostre emozioni, così come riduttivamente si tende a credere. La risonanza magnetica funzionale del cervello ha evidenziato come, durante la lettura, diminuiscono i picchi di stress e aumenta la condizione di relax, con una percentuale addirittura superiore all'ascolto della musica o al camminare.

Se, invece, leggiamo una metafora che in qualche modo si riferisce ad esperienze tattili, ecco che si attivano le stesse regioni del cervello che sono implicate quando tocchiamo realmente qualcosa.

Stessa cosa accade con le aree del cervello deputate a produrre i processi empatici e la cosiddetta “intelligenza emotiva”, amplificando quella “teoria della mente” che è alla base della nostra capacità di intuire e capire gli stati mentali altrui.

Insomma, leggere aumenta le connessioni tra varie regioni del cervello, con un effetto che dura addirittura diversi giorni. Il cervello di un lettore sottoposto a risonanza magnetica funzionale in fase di non lettura, mostra, infatti, un aumento della connettività del lobo temporale sinistro (area associata al linguaggio), ma anche nel solco centrale che separa la corteccia motoria da quella sensitiva, il che ci fa forse comprendere perché con tanta facilità finiamo per entrare in sintonia con i protagonisti delle storie in cui siamo immersi.

In molti dialetti lombardi e alcuni emiliani il significato di "pirla" rimanda all'idea di trottola (cioè qualcuno che gironzola senza scopo) e, in effetti, la vita di chi non legge rischia di essere un po' così, magari non proprio senza scopo, ma certo con tante meno probabilità di trovarne uno.

Leggete, dunque e fate leggere i vostri figli. Chi legge, se proprio non campa cent'anni, certo può campare cento e più vite.



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Studiare scolpendo il marmo con le unghie

"Ricordo il corpo insegnanti della mia scuola pubblica... Avevamo un detto: chi non sa far niente insegna, chi non sa insegnare, insegna ginnastica. Quelli che neanche la ginnastica, credo li destinassero alla nostra scuola...".

E' la voce fuori campo di Woody Allen che, nel bellissimo "Io e Annie", riassume così la sua esperienza formativa, tanto simile a quella di molti.

Il problema della scuola, infatti... anzi, di più: il problema della nostra intera esperienza formativa (soprattutto nei primi anni, ma non solo, anche in molte situazioni di formazione permanente) è che, ieri come oggi, nella gran parte dei casi, incontra docenti che, pur bravissimi cultori della loro materia, non sanno tuttavia insegnare. 

Come bene sappiamo, conoscere a menadito -chessò- la storia della letteratura italiana o il processo della fissione nucleare, non significa saper ugualmente trasmetterli nel modo più adeguato agli allievi. 

Se non so insegnare, ma semplicemente mi arrabatto per sciorinare tutte le mie belle e copiose nozioni, significa che non possiedo un metodo per farlo e, conseguentemente, che non saprò fornire un metodo per imparare. 

Purtroppo, la gran parte degli insegnati, difettano in questo senso e, se non difettano, spesso il metodo che possiedono è rimasto involuto e, se ce l'hanno e non è involuto, più che spesso non hanno il tempo di soffermarsi, prima di ogni altra cosa, prima di qualsiasi spiegazione, a trasmettere ai loro allievi come si fa ad imparare, quali sono, insomma, le condizioni fondamentali affinché un'informazione giunga al cervello dello studente e lì si imprima. 

Iniziare a imparare senza avere un metodo, è come dover scolpire un blocco di marmo senza sapere dell'esistenza di specifici attrezzi per farlo: l'improvvisazione la farà da padrone e può succedere pure che qualcuno cerchi di scalfire la pietra usando le unghie. Magari questi è pure un grande scultore e, alla fine, la sua opera sarà un capolavoro, ma la fatica e l'energia dispersa saranno incommensurabili, tanto da far perdere la voglia di fare un'altra opera. 

impara un metodo di studio efficaceDifficile non paragonare questa immagine alla stanca e trascinata vita di tanti studenti che perdono qualsiasi entusiasmo proprio perché un'inutile fatica soverchia qualsiasi barlume di pur nascosto piacere. 

Da ragazzino ho avuto la fortuna di essere un buon calciatore e di passare una  parte della mia prima giovinezza nel settore giovanile di una società di calcio professionista il cui obiettivo era (ed è), al di là di tante chicchere sul valore dello sport, quello di costruire dei prodotti da rivendere sul mercato. Insomma, non si pettinano bambole. 

All'epoca ero uno studente delle scuole medie inferiori e mi sorprendevo a riflettere sulla differenza tra i miei insegnanti e i miei allenatori. 

I primi mi spiegavano la lezione e poi dicevano, chessò: "Domani interrogazione.". Ovviamente nessuno sapeva chi sarebbe stato interrogato, per quell'illusa convinzione -tutt'oggi vigente- che un terrorismo diffuso porti gli studenti ad esser sempre preparati. Sapevano, dunque, che qualcuno sarebbe stato beccato, sapevano il numero di pagine da studiare e avevamo più o meno sentito il docente spiegare quella pagine nei giorni o nelle settimane precedenti. Doveva bastare. Come mandarle a memoria erano affari nostri. Un voto, alla fine dell'interrogazione, avrebbe sancito la nostra performance o, se era una verifica, una serie di segni rossi accompagnata talvolta da qualche minuta riflessione. 

I miei allenatori, invece, prima dell'allenamento settimanale, annunciavano chi avrebbe giocato la domenica e chi sarebbe stato in panchina. Ognuno conosceva il suo destino e si preparava al meglio per interpretarlo. Durante gli allenamenti poi, con frequenza maniacale, ci osservavamo con attenzione e si soffermavano su quegli esercizi che ritenevano per ognuno di noi fondamentali, ci spiegavano come fare per ottenere in quella situazione il migliore risultato, ci facevano vedere come altri se l'erano cavata e come dovevamo prepararci per affrontarla al meglio, ci mostravano filmati delle nostre partite e ci illustravano passo passo perché quel movimento non aveva ottenuto gli effetti voluti, dispensando specifici esercizi per migliorare le nostre lacune. 

Nonostante una verifica di matematica non sia una partita di calcio contro la ProNessuno, credo che le differenze tra insegnati e allenatori siano evidenti e sia inutile aggiungere alcunché. 

Ora i vostri figli, i vostri studenti, ammesso che stiano usando un metodo di studio e non vadano a casaccio come lo scultore del nostro esempio, quale metodo stanno usando? È quello più adeguato o perdono un sacco di tempo e potrebbero ottenere risultati migliori magari faticando la metà? O addirittura, in assenza di un metodo, proprio non ce la fanno e sono arrivati al punto di odiare la scuola?

La mia esperienza mi dice che la gran parte degli studenti -ahìnoi- scolpisce marmo con le unghie

Per questo ho ideato uno specifico percorso per aiutare ogni studente a imparare a imparare: perché non solo esiste il martello e lo scalpello, ma nel corso dei decenni, nel frattempo, sono stati inventati: raspe diamantate, trapani, frese, flessibili, smerigliatrici elettriche e pneumatiche, laser che sagomano il marmo comandati da un computer e ogni ben di Dio per non lasciare al caso la costruzione di quella grande opera che è la nostra vita.


Scopri qui come accedere al corso...

 Imparo a imparare


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Il Fabbricante di Pause

Nel bestiario delle diverse difficoltà, non necessariamente organiche, che pregiudicano l’efficacia dei processi di apprendimento, un posto d'onore è spesso occupato dalla capacità o meno di ogni studente di gestire le pause.

Possiamo sostanzialmente suddividere questi soggetti in tre grandi categorie.

La prima è quella del maratoneta, colui che non fa una pausa manco a sparargli e se ne sta attaccato al libro ore e ore, finché non ha concluso ciò che deve studiare. Questa categoria, non particolarmente numerosa, tende ad aumentare i suoi adepti in prossimità di ogni verifica, esame o interrogazione quando, insane e improduttive full-immersion dell’ultimo momento, illudono lo studente di poter recuperare settimane di pigro fancazzismo o semplicemente placare l’ansia del “non mi ricordo più niente”.

Numerose ricerche hanno dimostrato che questi straforzi dell’ultimo minuto non solo sono inutili, ma anche dannosi per la salute, tanto che, per essere più efficaci, si dovrebbe arrivare al fatidico ultimo giorno senza nemmeno aprire il libro -il che implica una adeguata organizzazione da parte dello studente, ma anche docenti formati che sappiano quanto sia didatticamente insensato non lasciare al discente almeno due settimane di tempo per prepararsi, cosa che sarebbe anche semplice se si soprassedesse all'ideologia esclusivamente punitiva delle interrogazioni a sorpresa a favore di quelle programmate.

La seconda categoria è quella, più che ben rappresentata, del cazzaro: colui che fa più ore di pausa che minuti di studio, quello che arriva all'ultimo minuto pensando che poi, semplicemente posando la testa sul libro, le nozioni passino per magica osmosi nel suo cerebro. A vero dire a questa categoria non sempre corrisponde un atteggiamento volontario, come potrebbe tradire il nome; a volte si tratta più semplicemente di studenti che, per vari motivi, presentano un difetto nella capacità di concentrazione, ma il risultato finale (laddove non si operi per migliorare tale lacuna) è comunque lo stesso.

La terza categoria è quella, per mia statistica meno frequentata, che dà il titolo a questo articolo: il fabbricante di pause, ovvero colui che scientemente studia e programma le pause da fare.

Quest'ultima è la categoria che maggiorante ci interessa, perché qui sta una delle più efficaci strategie per studiare bene: fare pause e farle sensate.

Infatti, se la categoria del cazzaro che, per diversi motivi, naviga nel multiverso della pause, virando da una distrazione all'altra, è evidentemente disfunzionale ad una buona pratica di apprendimento, non diversamente lo è, come abbiamo accennato, la categoria apparentemente più adeguata del maratoneta.

Insomma, qualsivoglia estremismo è a rischio di disfunzione, quando non tracima addirittura nel patologico, e non difettano questi esempi.

In verità le pause sono fondamentali per costruire un buon metodo di studio (come per altro qualsiasi attività). Il problema è che, spesso, sono affidate al caso, cosicché -nella migliore delle situazioni- finiamo per fare pausa quando siamo stanchi, il che significa aver già compromesso la nostra efficacia.

I più virtuosi tra gli studenti con cui ho avuto la possibilità di lavorare, mi dicono: “Ma io mentre studio non mi stanco”. È vero, lo studente abituato, spesso non sente come il maratoneta la stanchezza. Peccato però che poi, a fine percorso, se non ha usato ben le sue energie, bisogna raccoglierlo con il cucchiaino.

Un esempio eclatante è stata la maratona femminile delle Olimpiadi di Londra 2012, vinte dall'etiope Tiki Gelana sulla keniota Florence Kiplagat che, in testa fino agli ultimi 5 km, forzava eccessivamente il ritmo, tanto che un crollo fisico la farà giungere al 20° posto.

Nella maratona, come nella vita, non vince solo colui che ha una condizione migliore, ma chi la sa gestire al meglio, calibrando le proprie energie. 
E per lo studio come funziona?

Per quel che concerne lo studio dobbiamo anzitutto sapere che il cervello umano, fosse anche quello del classico secchione che prende sempre il massimo dei voti, ha un tempo di concertazione che si aggira attorno ai 40/45 minuti; dopo quel tempo la sua attenzione inizia inevitabilmente a declinare e, come il maratoneta, se forza oltre quel muro, rischia solo di produrre inutile stanchezza -ogni buon docente dovrebbe saperlo e tarare le sue lezioni su questa ritmica.

La mia esperienza tuttavia mi dice che non sono molti gli studenti che riescono a tenere 45 minuti di concentrazione (di concentrazione vera!! Non a caso nel mio percorso dedicato a rendere efficace il metodo di studio -scoprilo qui- dedico una parte sostanziale proprio alle strategie per migliorare i tempi di concertazione). Stare 45 minuti incollati al libro, immersi nei suoi contenuti, non è, insomma, roba sa tutti. E' allora, anzitutto, importante sapere qual'è il nostro Punto di Disattenzione, dove -appunto- la nostra concentrazione cede. 

Farlo è semplicissimo ma, chissà perché, come molte delle cose semplici e fruttuose, pochi lo fanno. 

Prendete allora un cronometro (molti smartphone ne hanno uno già preinstallato), avviatelo mentre chinate la testa sul libro e cercate di restare il più a lungo possibile immersi nello studio; quindi, quando risolleverete la testa, come emergendo dalle profondità marine, arrestate il cronometro. Sono passati cinque minuti? Dieci? Trenta? Questo è il vostro Punto di Disattenzione. 

Attenzione. E' bene sapere che non basterà una sola rilevazione. Affinché il punto di disattenzione sia il più preciso possibile, monitoratevi per una settimana e segnate tutte le misurazioni: la media dei risultati si avvicinerà maggiormente alla vostre reale capacità.

Conoscere questo dato è fondamentale e vi permetterò, da qui in poi, di non andare più a caso. 

Prima di iniziare a studiare potrete, infatti, settare un qualsiasi timer (anche in questo caso molti smartphone ne hanno uno già preinstallato), esattamente sul vostro Punto di Disattenzione, sapendo che, quando suonerà, sarà il momento giusto per fare una pausa.  

A questo punto molti studenti mi chiedono, ma se è bene non superare i 45 minuti, qual'è il tetto minimo sotto il quale non dovremmo andare?
Gli studi ci dicono che studiare diventa più efficace se riusciamo a stare concertati per almeno 25 minuti. Ciò detto, qualsiasi siano i nostri tempi, ora abbiamo un grande vantaggio: conosciamo il nostro limite e, partire da quello, possiamo allenarci per migliorarlo.

Come? Semplice. Per ogni sessione di studio, aggiungi al timer 1 minuto oltre il tuo limite. Monitorati, però e non ti forzare troppo. Meglio fermarsi qualche giorno per consolidare un risultato che strafare. Vedrai che, se bene ti alleni, in poco tempo raggiungerai risultati sorprendenti. 

Una volta che hai conquistato un buon tempo di concentrazione non inferiore ai 25 minuti e non superiore ai 45, puoi quindi concederti una pausa per ogni step realizzato.  

Anche qui è bene non lasciare questo tempo al caso. Si è infatti osservato che, se il cervello ha bisogno di fare pausa, la concentrazione deve essere rinfrescata, non mandata in vacanza. Il tempo corretto di ogni pausa, affinché abbia la funzione di volano che risani e fortifichi la concentrazione, deve variare tra i 5 e i 15 minuti.

In questo lasso, non state seduti: fate due passi, bevete, guardate fuori dalla finestra cercando l'orizzonte, sgranchitevi (in un prossimo articolo ne illustrerò l'importanza) ma, soprattutto, non affaticate il vostro cervello con videogiochi, televisione o quant'altro, inutile dire quanto sarebbe controproducente.






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Noia e ansia non aiutano lo studio

Avete presente quando vostro figlio/a sta giocando a qualche videogioco, guardando il suo programma, cartoon o serial TV preferito o qualsivoglia altra attività lo ecciti e coinvolga, e voi lo chiamate ma questi pare non ascoltarvi, anzi, diciamocelo pure: non vi ascolta proprio, è in un altrove, completamente immerso e perso, preso con ogni suo neurone dall'attività che sta svolgendo.

In queste occasioni voi pensate, rivolgendo lo sguardo a qualche divinità: “Ma perché non riesce a stare concentrato cosi anche quando studia?”. Già perché?

Partiamo anzitutto dal fatto che avete ragione: quello che osservate è un momento di grazia, vostro figlio/a (che magari quando studia non si capisce se c’è o ci fa) sembra essersi trasformato in un super campione di "Rischiatutto", tanto è attento, sul pezzo, reattivo, cognitivamente settato per cogliere ogni minuto particolare (per inciso, la cosa -apparentemente- più strana è che tale stato di grazia riguarda proprio tutti, ma tutti tutti, anche quei bambini e ragazzi che normalmente a scuola hanno grandi difficoltà e per farli stare fermi davanti ai libri ci vorrebbe qualche esperto di bondage).

Di fronte a tale evento miracoloso, credo però che dovremmo porci una domanda diversa. Non: “Perché mio figlio/a non riesce a stare cosi concentrato quando studia?”, ma: “Perché la scuola non è così coinvolgente?” e poi: “Come possiamo fare affinché lo diventi e la pratica dello studio si avvicini almeno un poco a tale divina concentrazione?”.

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Sono queste le domande che, chi come noi si occupa di migliorare le pratiche e le strategie di apprendimento, si pone ogni giorno -purtroppo spesso le stesse domande non se le pongono insegnanti e istituzione scolastica, ma questa è un'altra storia... sic.

Dallo studio di questi fenomeni, attraverso il monitoraggio della condizione fisiologica generale e l'utilizzo di tecnologie di neuroimmagine in grado di misurare il metabolismo cerebrale, emerge, ad esempio, che quando siamo immersi in un’attività coinvolgente, tanto da non accorgerci del tempo che passa, due condizioni si presentano: una basso livello di ansia e un basso livello di noia.

Ansia e noia sono, dunque, delle specie di virus che danneggiano la nostra capacità di coinvolgimento e, quindi, di concentrazione -non a caso nelle situazioni di disagio scolastico interveniamo anzitutto sulla regolazione dei livelli di ansia o di noia, attraverso appropriate tecniche e strategie.

Tuttavia, se osserviamo i nostri ragazzi mentre sono impegnati in queste attività, altre cose ci saltano all'occhio.

Immaginiamoli catapultati in un videogioco...

La prima cosa che possiamo notare è che il coinvolgimento è direttamente proporzionale all'estraniarsi da problemi e pensieri. Impegnati nell'uccidere un mostro o guidare la propria squadra virtuale alla vittoria, i nostri ragazzi sembrano dimentichi di tutto (e spesso è per questo che vi si attaccano come arselle, non solo perché è divertente, ma perché quella situazione li seda, non li fa pensare ad altro –ad esempio alla loro penosa situazione scolastica).

Affinché questa sedazione, questa specie di ipnosi (che sarebbe tanto produttiva se applicata allo studio) abbia luogo, è necessario che il soggetto, come nei videogiochi, abbia ben chiaro l’obiettivo da raggiungere. E’ importante però che, tale obiettivo, non sia troppo difficile da scoraggiarlo, facendolo eccessivamente sostare nella condizione della sconfitta (a volte tanto dolorosa da decidere di smettere di giocare); ma nemmeno così semplice da far perdere la bellissima tensione della sfida che, poi, al suo traguardo, restituisce preziose iniezioni di autostima (non c’è studente, per quanto se ne freghi della scuola, che non gongoli quando prende un bel voto che si è conquistato).

Così, conseguentemente, più superiamo sfide, più avanziamo e, livello dopo livello (nel nostro videogioco, come in ogni cosa della vita), aumentiamo le nostre sicurezze, in un bellissimo cortocircuito in cui, più ci sentiamo sicuri, più accresce, parallelamente, la nostra capacità di affrontare traguardi sempre più difficili, con la voglia di fare e dare il massimo.

Ecco dunque la ricetta che ognuno può raggiungere e tanto più i nostri ragazzi con il loro cervello così plastico e in evoluzione: avere ben chiaro l’obiettivo, fare in modo che tale obiettivo non sia né troppo difficile, né troppo facile, essere sicuri di sé, estraniarsi dai problemi e dalle preoccupazioni.

Oggi tutto questo è possibile e senza ricorrere a pratiche di stregoneria.

Infatti, le attuali conoscenze che abbiamo sul funzionamento del cervello, ci consentono di mettere a punto, caso per caso, una serie di mirate strategie che intervengono a livello cognitivo, posturale, percettivo, relazionale e alimentare aumentando infinitamente le nostre possibilità di performance.




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Bambini che non trovano arcobaleni

La mamma di Mirko e Fabiola (6 e 7 anni) mi racconta che lo scorso weekend il loro telefono cordless superdigitale è passato improvvisamente a miglior vita. Così, per non restare isolati durante il fine settimana, il papà si è ricordato di avere un vecchio telefono in soffitta, di quelli ancora con la ghiera di plastica per comporre il numero. Detto fatto, il telefono viene istallato tra la curiosità dei bambini di fronte a quel reperto paleolitico e la voglia di provarlo e raccontare ai nonni l'accaduto. Il primo che ci prova è Mirko, il più grandicello... niente da fare: "Papà, non funziona questo coso," dice. Allora è il turno di Fabiola, ma... niente: altro insuccesso. Dopo diversi tentativi, i genitori divertiti decidono di intervenire spiegando ai bambini che per comporre il numero non bisogna schiacciare, ma infilare il dito nel buco e ruotare la ghiera.

Nati digitali privi di problem solving?

La questione è più seria di quanto l'episodio non riveli. Mirko e Fabiola sono due bambini super intelligenti, due di quei bambini le cui gesta potreste sentire narrare la mattina in qualsivoglia bar limitrofo a una scuola in cui mamme e papà si radunano per il caffè dopo aver accompagnato i loro pargoli.
"Oh, dovevi vedere il mio Paolo ieri!" (commozione).
"Che ha fatto, tesoro?" (curioso stupore).
"Da non credere. Sono in cucina, sento dei rumori in sala, vado a vedere e non aveva mica acceso il computer, entrato in internet e stava guardando il suo cartone preferito su youtube?!".
"Un genio!!" conclude in visibilio l'amica, "Chissà quando diventerà grande.".

A parte consigliare alla mamma in questione di essere un po' meno eccitata e un po’ più preoccupata se il figlioletto accede così facilmente alla rete (secondo Telefono Azzurro un bambino su tre si collega a internet da solo); è necessario aggiungere con forza che Paolo, Mirko, Fabiola e tutti i cosiddetti "nativi digitali" e “mostriciattoli” simili (ad esempio i "bambini indaco", loro dirimpettai esoterici), non sono affatto dei geni o, meglio: lo sono (e lo potranno essere) esattamente come i loro coetanei di trenta, cinquanta o cent’anni fa -anche se, forse, a differenza dei loro antichi pari, corrono un rischio: l’etichetta dell’aspettativa.

un metodo di studio efficace
Era appena iniziato il nuovo millennio (2001) quando Mark Prensky coniò, in due fortunate pubblicazioni, il termine di “Digital Native” (nativi digitali) e “Digital Immigrants” (migranti digitali), ovvero coloro che sono nati in un tempo in cui Internet & Co. iniziavano a dilagare (più o meno il 1985) e coloro che, nati precedentemente, arrivano dal mondo analogico e verso il digitale devono migrare.

Il concetto, insomma, è che l’avvento di internet e dei suoi afferenti avrebbe creato due gruppi sociali distinguibili su base anagrafica i quali dovrebbero differenziarsi non solo per capacità e modalità d'uso di queste tecnologie, ma anche per il loro sistema neuronale e cognitivo plasmato (al rialzo) dall'uso delle tecnologie stesse.

Ecco quindi compiuto l’assioma: i nativi digitali sono cognitivamente migliori dei loro passati coetanei e, quindi, dei loro padri. Dei geni, insomma, che già a 3 anni sanno accedere a YouTube (e poco dopo a YouPorn). Fa niente se poi, davanti a un telefono con ghiera, finiscono per fare la figura di un decerebrato, se paiono mancare di capacità pragmatiche e di problem solving perché assuefatti a schiacciare un bottone affinché si compia il miracolo di qualsivoglia soluzione.

I figli del digitale non sono dunque dei geni (smettiamo di pensarlo, sarà un bene soprattutto per loro). Essi rispondono compiutamente agli stimoli di una società ricca di opportunità (anche alimentari, per dirne una) che nutre e mette in moto particolari aree del cervello ma che corre il rischio di privarne altre se, appunto, non facciamo lo sforzo di aiutare questa generazione ad uscire dall'isolamento delle tecnologie quale unico (o quasi) contenitore esperienziale.

Quando, infatti, si cresce aspettandosi che tutto funzioni schiacciando un tasto (“in tempo reale”), si rischia di perdere di vista la processualitá delle cose, quella che il digitale nasconde in un’algoritmo accessibile solo a pochi adepti, una stringa non smontabile come potrebbe essere una sveglia a ingranaggi o una macchinina a molla. Forse per questo lo strumento tecnologico è spesso oggetto più di consultazione che di produzione, determinandone quindi un uso passivo e acritico che ha poi una forte incidenza anche nella vita reale. 

Le abitudini digitali hanno cambiano e stanno cambiando la nostra relazione con la realtà facendo insorgere nei nostri ragazzi una sempre più diffusa incapacità ad attendere, cui si giustappone un comunicare sempre più frammentato, fatto per lo più di parole d’ordine e scorciatoie, elementi che giungono a influenzare, tra gli altri, la produzione e la lettura di testi, ma anche le relazioni sociali, sempre più consumate nel segno dell’immediatezza.

Forse per questo nelle esclusive scuole della Silicon Valley, quelle frequentate dai figli dei grandi manager di Google, Apple, Microsoft etc., non si tocca un computer, un tablet o uno smartphone prima delle ultime classi scolastiche, mente si abusa di lavagne, gessi colorati, oggetti e materiali per apprendere a esercitare la fisicità e la fantasia.

In un sevizio del New York Times di qualche anno fa, uno dei manager che dalla valle del silicio plasmano il nostro radioso futuro ipertecnologico, dichiarava che l’idea che un tablet potesse aiutare il proprio figlio ad apprendere era semplicemente ridicola, mentre era più facile che minasse le sue capacità di concentrazione -capacità spesso fragilissima in questi "nati digitali", salvo ovviamene quando sono impegnati a combattere in qualche videogame.

Senza contare che, se si va un po’ più a fondo degli slogan utili al merchandising, si scopre che questi "nati digitali" computer e affini non li padroneggiano affatto. Secondo un'indagine dell’Ecdl (l’ente che sovrintende i programmi delle certificazioni informatiche europee) la gran parte dei nativi digitali non possiede competenze informatiche avanzate. Anzi, peggio, forse proprio perché forti del loro esser “nati digitali”, i giovani tendono a sopravvalutare le loro capacità -uno studio del 2015 rivela, ad esempio, che mentre l’84% degli intervistati dichiara di possedere ottime o buone conoscenze del web poi, sottoposi a un test pratico, soltanto il 49% consegue risultati apprezzabili, ma comunque scarsi.

Le nuove tecnologie, ormai non più così nuove, rappresentano una straordinaria evoluzione delle possibilità umane (come scrivevo nel post: “Perché studiamo come fossimo nell'Ottocento?”), pari all'invenzione della ruota, della scrittura, della stampa, del motore a scoppio, etc. Dobbiamo imparare, soprattutto noi adulti, a non demonizzarle (come scrivevo nel post: "Smartphone for the Devil"), ma neanche a sottovalutarne gli effetti deteriori.

E nostro compito, invece, predisporre opportune attenzioni educative capaci di valorizzare gli aspetti evolutivi e costruttivi delle tecnologie digitali, senza perdere di vista le alterazioni che ogni innovazione genera proporzionalmente al suo impatto; valutando -cioè- quanto e come modifica la natura dei nostri interessi (ossia le cose a cui pensiamo), quanto e come riduce o amplifica la struttura e la qualità dei nostri simboli (ossia le cose con cui pensiamo) e quanto e come ridefinisce le relazioni con gli altri e col mondo.

Il lavoro quotidiano con tante famiglie sembrerebbe raccontare che questo compito è disatteso, che le famiglie non sanno come intervenire per valorizzare un uso positivo delle tecnologie e limitarne gli aspetti detrattivi. Una condizione di scarso controllo e dipendenza avvolge, infatti, la vita di tanti bambini e ragazzi compromessi da una caduta verificale di abilità cognitive che il digitale non può sostituire e che, se oggi hanno un loro primo impatto sulla scuola, domani rischiano di incidere sulle opportunità di determinare il loro destino.

Dice Charlie Chaplin che non puoi trovare un arcobaleno se guardi in basso. Questo penso quando vedo tutti quei bambini e quei ragazzi (e, ahimè, tanti adulti) con gli occhi incollati ai vari dispositivi elettronici. Siamo diventati umani conquistando la postura eretta e, da quell'altura, abbiamo potuto vedere l'orizzonte, immaginare che, oltre quel punto laggiù, ci fosse qualcosa, qualcuno che valesse la pena raggiungere, magari solo la bellezza gratuita di un arcobaleno.

Ognuno tragga le sue conclusioni.


-------- ALCUNE ATTENZIONI PRATICHE --------

Descriviamo di seguito alcune situazioni che spesso si presentano nel lavoro con le famiglie e che rappresentano un campanello d'allarme, suonato il quale, è forse importante pensare di intervenire con opportune strategie rieducative.

Una delle prime questioni da tenere sott'occhio è il tempo che bambini e ragazzi trascorrono in rete o videogiocando. In linea di massima, quando nostro figlio supera le due ore attaccato a pc, tablet o smartphone è senz'altro il caso di ridurre l'esposizione, sopra le tre ore è consigliabile intervenire. Se poi notate che, addirittura, tende a rimandare altre attività come frequentare gli amici, fare sport, dormire, mangiare o altro, allora è doveroso iniziare a preoccuparsi.

Altra situazione da prendere in esame riguarda
l'aspetto emotivo. Se osserviamo che nostro figlio attende con eccessiva ansia il momento in cui prendere possesso della rete o del viodeogioco, tanto che un possibile ritardo o l'impossibilità di farlo gli provoca irritazione, nervosismo o ingiustificati scatti di rabbia; oppure se gli è insopportabile qualsiasi interruzione, allora è consigliabile pensare di intervenire. 


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Questi compiti s'hanno da fare?

Giusto un anno or sono aprivamo le danze al periodo estivo con un articolo dal titolo: “Come portare il cervello in vacanza” in cui sottolineavamo la necessità di scombussolare le naturali routine cui il cervello aspira, con un periodo di sano “disordine mentale”, anche fatto di ozi, sollazzi e apparente (solo apparente) inattività cerebrale.

La vacanza, infatti, è l’occasione migliore per dare sfogo alla Task-negative Network (Tnn) lasciando vagare la nostra mente oltre le frontiere della sua antagonista: la Task-positive Network (Tpn) che, invece, entra in gioco quando siamo stimolati e concentrati su un compito.

Liberiamoci dunque, e liberiamo i nostri studenti, lasciando che il nostro cervello vaghi da situazioni di incertezza senza stimoli (noia, fancazzismo e affini), a situazioni di incertezza iperstimolata (luoghi mai visti, esperienze mai fatte, emozioni mai provate), ma… (attenzione!) non smettiamo, al contempo, di condire tutto questo con quelle situazioni routinarie in cui il nostro cerebro si sente appagato.

Il gioco è quello di invertire le percentuali, non di azzerarle.

Se durante le normali giornate dell’anno la nostra vita è per lo più protesa all'organizzazione e esecuzione del “compito”, ora, durante l’estate, releghiamo il compito alle sue minime percentuali, ma non eliminiamolo.

Si apre qui l’annoso dibattito sulla sensatezza dei compiti estivi che, date le premesse, potete intuire dove personalmente mi spinge. La questione, infatti, è eminentemente neurologica non ideologica. Il rischio, è che il necessario svacco prenda il sopravvento su tutto il resto e, come spesso accade, lo studente in vacanza diventi più vacuo che vario, passando il suo tempo a stordirsi con overdose di videogiochi e smartphone (vedi articolo) e perdendo il reale beneficio dello spazio vacanziero.

La questione, dunque, non è non avere compiti, semmai che tipo di compiti assegnare; poiché abbiamo ormai a disposizione diverse ricerche che ci informano sull'efficacia di alcune richieste e l’inesattezza di altre.

Partiamo da alcuni dati.

Siamo il paese in Europa che assegna più compiti, ma da un’indagine tra gli studenti, circa 9 studenti su 10 non li finiscono, 3 su 5 ne eseguono più o meno la metà o non li hanno fanno proprio e, tra chi li svolge, la metà circa ammette di copiarli (da internet o dai compagni di classe). Questi numeri già ci dovrebbero fare intuire che qualcosa non funziona.

Una delle questioni che maggiormente mi trovo a dipanare con studenti e famiglie è lo smarrimento (spesso -ahimè- di entrambi) di fronte alla mole di lavoro che rappresentano i compiti per l’estate. Senza comprendere che il più importante insegnamento che ci danno non è eseguirli, ma imparare a suddividerli.

In effetti, uno studio del Dipartimento di Psicologia e Neuroscienze della Duke University (USA) ha evidenziato come compiti brevi e semplici siano più proficui -non a caso la Finlandia, nazione che in questi ultimi decenni ha acquisito un’indiscussa leadership nell'applicazione di tecniche avanzate per la didattica, impone per i compiti un tempo limite di mezz'ora al giorno.

Dunque, per programmare adeguatamente questo tempo limite (che ovviamente aumenta con l’avanzare dell’età -senza però superare l’ora, l’ora e mezza, massimo) è necessario organizzarsi: affinché la quantità sia tale da permettere questa suddivisione e affinché gli studenti siano capaci di operare questa suddivisione.

Ridursi all'ultima settimana per eseguire i compiti tutti in una volta, passare ore e ore su un compito o eseguirli in grandi blocchi monotematici (tipo 10 giorni di fila tutti dedicati alla matematica o alla grammatica) è assolutamente inutile. Meglio non farli.

Il più grande insegnamento dei compiti estivi è dunque quello organizzativo: un vero e proprio esercizio altamente cognitivo che ci abilita a non traballare di fronte alla difficoltà di un compito complesso e articolato, imparando ad affrontarlo ed estinguerlo -cosa che ci tornerà utile in tutte le stagioni della vita.

Nel caso di specie dovremmo, calendario alla mano, insegnare ai nostri ragazzi, ad avere anzitutto una visione d’insieme, il più possibile dettagliata, delle loro vacanze: i giorni che trascorrerò a casa e quelli che invece mi vedranno fuori città, i giorni speciali in cui sarò impegnato in qualcosa di particolarmente interessante e quelli di ordinaria quotidianità, i giorni in cui non avrò davvero alcun impegno e i giorni in cui frequenterò magari un centro estivo o simili.

Abbiamo, dunque, momenti diversi cui vanno attribuite disponibilità diverse.

Fatta questa divisione, si è dimostrato particolarmente efficace, lasciare i primi 7/10 giorni senza alcun compito. Liberare la mente da tutte le fatiche e le ultime tossine per poi, dall'undicesimo giorno, iniziare a seguire il planning che avremo sapientemente diviso al fine di lavorare non più di un’oretta, preferibilmente al mattino, preferibilmente sempre alla stessa ora.

Inseriamo quindi nel planning anche quei giorni in cui, per diverse ragioni, non è possibile o non vogliamo fare nulla; tra questi potrebbe essere, ad esempio, auspicabile il periodo in cui saremo al mare, in montagna o in viaggio.

Prevediamo, inoltre, un incremento dell’attività lavorativa nell'ultima settimana cosi da essere più rodati al nuovo inizio.

Infine, dividiamo i compiti da fare tra quelli a nostro avviso più difficili e quelli che supponiamo più semplici quindi, materia per materia, distribuiamoli nel nostro calendario attribuendo, per ogni giorno, almeno un esercizio per materia, iniziando con un compito classificato come difficile e finendo con uno facile; lasciamo per i giorni più impegnati solo compiti facili e… il gioco è fatto.

Questo per stare ai diktat della scuola e farli fruttare al meglio. Se poi volete far sì che l’estate sia davvero un momento propizio per il cerebro dei vostri ragazzi, altri sono allora i compiti che dovrebbero fare. Eccone una piccola lista, ma sono sicuro che, leggendola, altre cose vi verranno in mente…

Usate per loro parole nuove per descrivere cose vecchie e giocate a rincorre e imparare ogni vocabolo che, descrivendo il mondo in modo diverso, rende il mondo sempre diverso.

Viaggiate, se potete e più che potete. Fategli vedere più mondo possibile, ma evitate di portare il vostro mondo nel mondo in cui andate. Insegnategli che viaggiare non è spostarsi, ma guardarsi attorno con occhi diversi.

Lasciatevi sorprendere se volete che vi sorprendano. Siate curiosi e si incuriosiranno. Guardate, voi per primi, con gli occhi dilatati dallo stupore.

Fateli leggere perché, per quanti viaggi faranno o gli farete fare, leggere è l’unico modo che avranno per avere più vite e superare gli ostacoli della vita -che comunque verranno.

E insegnategli a guardare le stelle, non necessariamente a riconoscerle… solo guardarle. Fatelo senza parlare. Non c’è momento migliore dell’anno per vedere, dal cielo, filtrare l’infinito.



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Ti etichetto (ma io non sono un pacchetto)!


Ogni genitore desidera che i propri figli crescano nel migliore dei modi e si impegna nella loro educazione, fornendo quelle solide basi sulle quali crescere e sviluppare una dose sufficiente di autostima e capacità di realizzazione.

Ecco, la realizzazione dei figli, il desiderio fortissimo che “facciano bene” e la paura viscerale che “facciano male”, sono quelle spinte intrinseche che, se da una parte ci spronano a fare del nostro meglio, dall’altra ci portano spesso a fare del nostro peggio… e quel che è peggio, è che lo facciamo nella convinzione di fare del nostro meglio!

La scelta delle parole che pronunciamo e la qualità della comunicazione con i figli, ad esempio, possono influire notevolmente sulla fiducia e sulla sicurezza (o insicurezza) che svilupperanno. Utilizziamo le parole senza renderci pienamente conto dell’effetto che possono sortire (spesso ben più profondo del previsto) e capita che, in seguito ad atti di non gravissima entità - come ad esempio rovesciare inavvertitamente un bicchiere contenente due gocce di succo di frutta - si senta un padre sbottare: “Cretino!”, o madri che rimproverano con un “Sei proprio uno sciocco!” il bambino che ha perso la macchinina al parco giochi, per non parlare di quelle frasi che si sentono tuonare per strada o al supermercato quando i genitori, in preda al panico per il comportamento dei figli, non trovano nulla di meglio da dire: “Se non ti comporti bene, viene la polizia e ti mettono in prigione!”. Chi? Cosa? Perché? Mi portano via?!? PA-NI-CO.

In queste frasi, oltre alla scelta delle parole, quello che si nota è come, a fronte di un comportamento ritenuto non idoneo, venga espresso un giudizio sulla persona. C’è una bella differenza tra dire (e sentirsi dire) “La cosa che hai fatto è un po’ sciocca” o “Sei proprio uno sciocco!”: la prima si focalizza sull’azione compiuta, la seconda esprime un giudizio di valore, la prima è contestualizzata ad un episodio, la seconda generalizza e non offre possibilità di replica… si tratta, cioè, di un’etichetta, con la quale marchiamo la persona che ci sta di fronte e più la pronunceremo nel tempo, anche per episodi futili, più questa etichetta sarà difficile da togliere.

Le etichette al positivo sono meno pericolose? Beh, diciamo che forse sentirsi dare del “genio” possa essere più piacevole che sentirsi dare dello “stupido”, ma anche in questo caso dobbiamo pesare bene alle parole ed al loro utilizzo. Anche un’etichetta al positivo potrebbe infatti creare qualche difficoltà: pensiamo al bambino che fino dalla prima elementare viene etichettato come “genio in matematica”, materia nella quale sicuramente eccelle…peccato che la sua vera passione sia Arte. Verrà probabilmente incoraggiato a fare Ragioneria o il Liceo Scientifico, dovrà rispondere negli anni alle aspettative dei genitori (d’altra parte eccellere in matematica sembra renderli così orgogliosi e felici…) e magari cercare lavoro in ambito economico-amministrativo, rinunciando alla sua vera passione. Potrà eccellere nella vita e nel lavoro, ma a caro prezzo, visto che dovrà rispondere ad un ruolo che – anno dopo anno, etichetta dopo etichetta – gli è stato cucito addosso, impedendogli di scoprire e di seguire le sue naturali inclinazioni.

Un bambino “etichettato” come bravissimo dovrà sempre mantenere e addirittura superare le aspettative che gli altri ripongono su di lui/lei, mentre un bambino “etichettato” come quello che non si impegna, faticherà a trovare la giusta motivazione per fare meglio, soprattutto se – come avviane in molti casi -  quando finalmente porterà a casa un bel voto, i genitori daranno per scontato che abbia copiato o gli ricorderanno: “Visto che se vuoi puoi fare bene? La prossima volta DEVI fare ancora meglio, mi raccomando!”, come se quel piccolo miglioramento, frutto di tanto impegno, non fosse mai abbastanza.

La critica, se ben fatta, può anche essere costruttiva, ma deve avere alcune caratteristiche che la rendono tale. In particolare deve:
-       essere contestualizzata e limitata al singolo fatto/episodio;
-       evitare le generalizzazioni (tutti, sempre, mail, ecc.) ed i paragoni;
-       essere fatta con calma e non come sfogo personale;
-       non contenere un giudizio sulla persona;
-       evitare di essere fatta pubblicamente (gogna pubblica);
-       non sminuire/mortificare/deridere;
-       dare la possibilità di spiegare la propria versione dei fatti;
-       avere fiducia nella possibilità di migliorare;
-       dare spunti ed indicazioni sul come fare.

In questo modo potremo fornire dei suggerimenti per il miglioramento, sostenendo chi ci sta attorno in un percorso di crescita e maturazione che non significa averla sempre vinta o pensare che sia tutto facile, ma sviluppare una giusta dose di fiducia in se stessi, di tolleranza all’errore (proprio e altrui) e di speranza nella possibilità di crescere valorizzando la propria strada.

Attenzione quindi alle parole che usiamo: evitiamo, in particolare, che diventino etichette che appiccichiamo con facilità alle persone (in primis ai bambini). Un conto, infatti, è rendersi conto di avere fatto una cosa un po’ sciocca, un altro è pensare di essere uno sciocco! In particolare se questa modalità verrà utilizzata ripetutamente, ecco che una semplice parola con il tempo si trasformerà in un’etichetta, che magari abbiamo attaccato con un po’ troppa superficialità, ma che chi porta farà fatica a staccarsi… la colla in certi casi è davvero potente!

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COMPITI PER LE VACANZE.............PER MAMMA E PAPA'!



Ed ecco che le tanto aspettate e sperate vacanze sono finalmente arrivate. I vostri bimbi, grandi e piccini, avranno come al solito i loro compiti delle vacanze da eseguire..Ebbene questa volta ho pensato "e perché non dare qualche compito anche ai genitori?". Insomma è giusto che anche voi genitori vi teniate in allenamento durante l'estate senza dimenticare tutti i consigli dati in quest'anno.
Di seguito quindi elenco qualche piccolo compitino he potrebbe essere utile tenere a mente, ricordare e (perchè no?) eseguire.

✓ Non lasciate che il vostro bimbo passi l’intera giornata davanti alla televisione. Giocate con lui attraverso giochi simbolici e interattivi, costruiti e ideati insieme, stimolando e arricchendo la sua fantasia;

✓ Con l'arrivo delle belle giornate giocate all'aperto e fate scoprire al vostro bimbo le bellezze del mondo all'aperto, lontano da videogames e giochi elettronici;

✓ Fate scoprire il linguaggio al bambino, accompagnando ogni azioni, gioco, momento della giornata con la parola;

✓ Ritagliatevi un po’ di tempo nell’arco della giornata per cantare canzoncine, recitare filastrocche e leggere/raccontare storie al vostro bambino;

✓ Parlate normalmente al bambino, in modo rilassato e lento, commentate quello che state facendo, stimolatelo a raccontare e dialogare;

✓ Ascoltate il bambino quando parla, anche se mostra difficoltà, senza far trapelare fretta o insofferenza, e lasciate che concluda sempre il suo discorso, anche se richiede più tempo;

✓Cercate di non interrompere o anticipare l’eloquio di vostro figlio, completando le parole o le frasi;

✓ Riformulate la produzione «scorretta» del bambino senza sottolineare il suo errore: il bambino impara implicitamente dal vostro modello; quindi è importarne dargli un modello corretto dal punto di vista
linguistico, senza storpiare le parole o pronunciarle nel modo in cui le pronuncia lui;

✓ Espandete il suo enunciato, senza pretendere la ripetizione forzata;

✓ Non «ricattate» per avere la produzione corretta, non obbligate il bambino a ripetere;

✓ Non sottolineate o ingigantite il «problema» del bambino ma cercate sempre di fargli scoprire e valorizzare le altre qualità in modo da aumentare la sua autostima;

✓ Non fingete di non capire per far si che il bambino si «sforzi» a ripetere e pronunciare la parola o la frase corretta. Questo atteggiamento non fa altro che aumentare la frustrazione del piccolo e di conseguenza la paura del parlare e i comportamenti di evitamento e fuga dalla relazione.

✓ Ma soprattutto...Divertitevi, rilassatevi e riposate!!







BUONE VACANZEEEEE!!

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